Il mistero dello Sparviero perduto

Ossa umane nel deserto libico, a 90 km il relitto di un aereo sepolto dalla sabbia: le tessere di un puzzle riemerse nel ’60 ora ricomposte in un libro. Tutto cominciò nell’aprile 1941

«Comunicasi che il giorno 21 aprile at ore 17.25 apparecchio S.79 MM. 23881 partito da Berka seguito ordine comando 5 a squadra aerea per attacco convoglio scortato segnalato quadratino 5881 procedente rotta 105 velocità otto miglia nonè rientrato. Equipaggio costituito da capitano pilota complemento Cimolini Oscar, tenente vascello osservatore Franchi Franco, maresciallo Barro Cesare, sergente maggiore marconista De Luca Amorino, primo aviere motorista Jozzelli Quintilio, primo aviere armiere Romanini Gianni». 

La nota arrivò il 23 aprile 1941 al ministero della Difesa di Roma: un altro aereo scomparso, inghiottito dal mare probabilmente. La storia dello Sparviero del capitano Cimolini non si spense invece, come tante altre, in fondo al Mediterraneo: crebbe lentamente lungo la stagione dolceamara del dopoguerra, in un mistero fitto che ancora aspetta di essere illuminato. Il Savoia Marchetti rispuntò dal nulla vent’anni dopo, nel 1960, ma non dal buio dei fondali. La sagoma argentea emerse, lucidata dalla sabbia fine, nella luce prepotente del deserto libico, a quattrocento chilometri dalla base di partenza, cinquecento dal famoso quadratino 5881 vicino a Creta, dove aveva lanciato il suo siluro. Intorno ossa sbiancate, resti incomposti dell’equipaggio. Che ci faceva laggiù, così lontano dalle nostre linee? Pasqualino Schifano, esperto di storia dell’aeronautica italiana, ha messo insieme le ultime tessere del puzzle disponibili in Lo Sparviero perduto, che sta per essere pubblicato dal Gavs, l’associazione che si occupa del recupero e del restauro dei velivoli storici (informazioni su www.losparviero.net).

I relitti, i teschi, le piastrine metalliche, hanno contato lo stesso tempo anchilosato delle pietre in un universo parallelo, finché un evento casuale non è tornato a incrociarli con i nostri orologi veloci, dando loro la forma di una storia. Il 21 luglio 1960 una squadra italiana della Compagnia Ricerche Idrocarburi s’imbatte in alcuni resti umani, poco a Sud della pista Gialo-Giarabub. Strano, nessuna carcassa metallica vicino, niente aerei, camion o motociclette. Per terra, una bussola, un binocolo, due orologi, una borraccia e una pistola da segnalazione Very. Un militare italiano, chiaramente. Che iella, ancora quattro chilometri e c’era la pista, prima o poi l’avrebbero visto. Invece le forze sono mancate: non si valica il muro del destino, anche se è vicino al traguardo. Non tutti gli oggetti ritrovati rimasero muti, a parlare fu una chiave: sulla sua targhetta c’era inciso S. 79 MM. 23881. Non fu difficile scoprire che era la sigla del trimotore scomparso. Ma che ci faceva lì e dov’era l’aereo?

Nessuna risposta, lancette ferme per altri cinque mesi. Poi una squadra italiana della Fondazione Lerici del Politecnico di Milano, che esplorava una zona a 90 chilometri da dove erano stati trovati i resti del militare, fece l’attesa scoperta. Si trovò davanti, appena emersa dalla sabbia, la gobba dello Sparviero.

Sulla fusoliera il numero 278 (la squadriglia) lo identifica inequivocabilmente. Oggetti e ossa intorno, resti di umanità senza vita. I motori Alfa Romeo sono piantati nella rena, le pale delle eliche piegate, il carrello ha sfondato la parte superiore dell’ala. Devono essere atterrati alla cieca, magari senza più carburante. Ma di nuovo, perché laggiù?

L’anno dopo una nuova conferma. Il console italiano a Tripoli scopre, esaminando gli oggetti trovati sulla pista di Gialo, una piastrina di riconoscimento nascosta nella fodera del giubbotto. Dice: Romanini Giovanni. Provincia di Parma, primo aviere dello Sparviero, aveva fatto a piedi novanta chilometri di deserto prima di morire a un passo dalla salvezza. La Gazzetta di Parmariprende la notizia dal tripolino Sunday Ghibly: la mamma dell’aviatore, ancora viva, avrà almeno un racconto. Dopo vent’anni le famiglie dell’equipaggio, decimate dal tempo, ritrovano un pezzo di verità. La storia è così bella che un grande inviato del Corriere della Sera non se la fa scappare. Alberto Cavallari scrive un lungo pezzo datato «Pista Gialo». La lingua attenta, lenta e precisa, ignara delle future convulsioni digitali, sembra uscire dallo stesso tempo remoto dov’era prigioniero il silurante. I magri particolari noti sono tutti racchiusi nell’ultimo paragrafo, perché in realtà della vicenda non si sa nulla.

Adesso ci sono l’aereo e gli aviatori morti. Ossa fratturate trovate accanto alla carlinga dicono che qualcuno si è ferito nell’atterraggio. Romanini è andato a cercare aiuto, forse insieme con un altro: ricordate i due orologi? Ma per poco non ce l’ha fatta. Ancora nessuna spiegazione sul perché fossero laggiù.

L’indagine ufficiale dell’Aeronautica concluse che, di ritorno dalla missione nell’area di Creta, il trimotore si era probabilmente spostato a Sud-Est dopo l’attacco per evitare Tobruk, allora in mano inglese. Fortissimi venti da Nord-Ovest gli avrebbero fatto perdere la direzione. Avrebbe vagolato per un paio di ore nel deserto, allontanandosi dalla base finché la mancanza di carburante non lo costrinse ad atterrare.

Un quadro ragionevole, specialmente se si ipotizza che il velivolo fosse danneggiato. Chi ha visto il relitto racconta però che non ci sono buchi di pallottole e iprincipali organi meccanici sembrano a posto. Il vento, certo. Se non si corregge continuamente la bussola tenendo conto della deriva, si può finire parecchio fuori rotta, e nel deserto di punti di riferimento ce n’è pochi.

Forse, non vedendo le luci di Bengasi, il capitano pensava di essere ancora sul mare, mentre si addentrava invece nel deserto come il pilota di Volo di notte di Saint-Exupéry, fin dall’inizio votato alla morte. In tal caso bisogna pensare che la radio fosse fuori uso. «Anche se Bengasi era stata riconquistata – spiega Schifano – una stazione radio campale era in funzione a Berka. Con il radiogognometro lo Sparviero poteva sempre calcolare la propria posizione». La radio, recuperata negli Anni Sessanta, sembrava in buone condizioni, ma come si fa a sapere se funzionava quella notte maledetta? Qualcuno ha anche suggerito che un radiofaro inglese possa aver spedito apposta gli italiani a morire nel deserto, ma l’ipotesi appare tanto romanzesca quanto inconsistente.

Il relitto nel deserto non vuole ancora svelare la storia intera. Solo una spedizione che scavi dentro la sabbia, lungo la carlinga, alla ricerca di un eventuale diario di bordo o di altre tracce, potrà chiudere il cerchio e dirci perché sei aviatori sono andati a morire cinquecento chilometri dalla parte sbagliata. Ma non c’è fretta nel deserto: «Tutto è così intatto qui, ed eterno», annotava Cavallari.

Dall’articolo apparso su LaStampa del 28 Febbraio 2014 di Claudio Gallo (www.lastampa.it)

La Stampa – 28.02.2014

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Il libro è in stampa,  il costo è di 35 euro per prenotarlo inviare una mail a:

signal4045@hotmail.com

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